Lettera inviata al Presidente della Repubblica Giorno Napolitano il giorno 21 dicembre 2008
Preg.mo Presidente, Mi rivolgo a lei per esprimerle le più profonde preoccupazioni per il futuro del Nostro Paese, alla luce dei recenti attacchi che minano la fiducia verso un sistema di governo che non dimostra rispetto per i più alti poteri e che attenta integrità della Costituzione, vero e intimo fondamento della Repubblica. Non le sarà sfuggito, che nel 60° anniversario della propria Costituzione, l’Italia al pari di altri Paesi si trovi ad affrontare la più grave crisi economica che si ricordi da tempo immemore. In questi momenti si tende a dimenticare l’impegno per il bene comune: lo spirito di sopravvivenza induce a preferire l’egoismo e l’individualismo che, purtroppo, hanno caratterizzato lo sviluppo economico e sociale del Paese nell’ultimo trentennio. In questi momenti, forse più che mai, è necessario far leva sullo spirito di coesione e collaborazione e mutua collaborazione che solo un “popolo” è in grado di mostrare. Popolo cui la nostra Costituzione consegna la Sovranità, piena e unitaria, senza divisioni. Popolo che attraverso il lavoro e l’impegno, economico, civile e politico alimenta il progresso nelle arti e nelle scienze. Popolo che, tuttavia, pare mancare di coesione, di una guida e di un obiettivo comune. Un popolo che guarda al proprio focolare domestico e, assicurato questo, popolo i cui individui non manifestano altra cura che la soddisfazione dei propri interessi. Lo Stato appare lontano, come concetto e come presenza. Ne sono mancanti sia il timore, sia il rispetto. L’italianità prima che un valore economico dovrebbe riflettere un’identità comune che leghi ogni cittadino. Da questo punto di vista non vedo un impegno delle forze politiche. Non vedo una strategia, non vedo un obiettivo comune. Non vedo rispetto reciproco né collaborazione. La costituzione, nella Sua più intima essenza, non chiede a Governo e al Parlamento di guidare il Popolo, ma di rappresentarlo. Essi non dispongono della cosa comune in quanto depositari del potere ma la amministrano in virtù di un mandato. Mandato a perseguire il bene comune con onestà e integrità. Con purezza d’animo e di comportamento. Con un cursus honorum che ne rifletta le capacità, il prestigio politico, la virtù morale e l’onestà intellettuale. Individui, anzi, Consigli, che siano guidati dal rispetto per il fine ultimo del perseguimento del bene comune e del mandato stesso. Voglio pensare che anche Lei, Onorevole Presidente, si sia posto la questione che questo mandato sia di derivazione costituzionale e che un mandatario non possa, per intenzione propria, modificare forma e contenuto del mandato su cui egli stesso fonda la propria autorità. Qualora ciò avvenisse, il garante del mandato, dovrebbe prevedere forme di tutela di mandante e mandato, sostituendo il mandatario, e agendo perché ad esso venga impedito di agire per fini, pure marginali, che esulino dall’oggetto del mandato stesso. Il tema della Giustizia è altresì ricorrente nella quotidianità del Paese e, nel corso dell’anno, non sono mancati degli interventi che riflettono tentativi di ingerenza da parte dei rappresentanti dei poteri legislativo ed esecutivo nei confronti di quello giudiziario, e viceversa. Anche in questo caso, la previsione costituzionale di separazione e dialettica non sarebbero rispettate. Perdoni la mia divagazione che, voglio pensare, troverà, tuttavia attinente al tema in oggetto. Coesione, rispetto della democrazia e della libertà, perseguimento del fine ultimo, spirito guida e fondamento della repubblica: sono molteplici significati del valore che la Costituzione imprime negli italiani in quanto cittadini e in quanto uomini. Chiunque, accettando diritti ed obblighi imposti dalla cittadinanza dovrebbe mostrarsi pronto a giurare fedeltà ai dettami costituzionali. Non si può essere cittadini solo “a metà”o a talune condizioni. Si è cittadini sempre, e soggetti tutti alla medesima Legge. Invoco quindi il Suo intervento, che mi permetto di esortare, al fine che tutti i cittadini siano chiamati a giurare la propria fedeltà alla Costituzione Italiana. A partire dai rappresentanti politici, alla pubblica amministrazione, ai cittadini e persino agli immigrati. Chiunque si professi cittadino, viva o anche solo risieda sul suolo italiano, dovrebbe essere a conoscenza dei valori fondanti lo Stato e ad esso dichiararsi fedele e garante a propria volta. Questo manifestazione di fedeltà, a parere di chi scrive, avrebbe il beneficio di rafforzare l’unità nazionale richiamando tutta la nazione a unirsi sotto la bandiera, simbolo dello Stato, per ribadire ancora una volta che non vi sono divisioni ma che un solo popolo, quello italiano, si riconosce nei valori e nelle fondamenta della Repubblica. La capacità di far fronte al momento di crisi richiedono una forte coesione sociale perché l’impegno e il sacrificio sono richiesti a chiunque. Si ribadisca quindi, sul finire d’anno, la centralità della Costituzione e il suo ruolo di guida per il Paese. Ci si impegni, tutti, affinché essa sia preservata e difesa dagli attacchi delle contingenze storiche che la stessa, al pari dei cittadini, attraversa.
La legge non sarà uguale per tutti ma, forse, la sua applicazione sì
Wednesday, October 7th, 2009[Bozza]
Fa sorridere, con tanta ironia e non poco sdegno, l’arringa “difensiva” di Niccolò, avvocato, quando esclama con l’enfasi che più gli è propria che sì, “la legge è uguale per tutti” ma “certamente, non la sua applicazione”. Vale a dire: osservate voi, poveri illusi, noi siamo i potenti.
L’eco, disarmante, di questa frase rimbomba e pervade gli animi di tutti coloro che credono nel fondamento della democrazia: qualunque cittadino, ricco o povero, è uguale davanti alla legge: potente, nell’esercizio di un diritto, soccombente, qualora abbia cagionato un torto.
Che questo non sempre accada, ahinoi, lo avevamo capito da tempo. Che a dirlo fossero persone vicine a personaggi di “spicco” del Governo, però, non lo immaginava davvero nessuno. Quanta sfrontatezza! Quale arroganza!
Deve aver sorpreso anche la Consulta se, a quanto si apprende, ha bocciato il lodo Alfano, tacciandolo di incostituzionalità. Addirittura in due punti: mancata previsione in norma di rango costituzionale e violazione del principio di uguaglianza tra tutti i cittadini. Vale a dire: non solo un soggetto (o alcuni, che dir si voglia) verrebbe a godere di illeciti vantaggi, ma questo “diritto” o “beneficio” gli sarebbe arrogato da se stesso (maggioranza parlamentare) e non dal popolo sovrano (attraverso le maggioranze richieste per una riforma costituzionale).
Delude, non poco, il panorama offerto dal centro sinistra: una desolazione disarmante. Non solo non erano in parlamento per sfiduciare il governo (cosa che un’opposizione in disappunto dovrebbe fare) ma ancora oggi ha ribadito la propria incapacità e inadeguatezza di fronte a un attentato ai principi fondamentali della democrazia.
Scandaloso anche Umberto (link qui)
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